Teleperformance sponsor dell’evento di Fleet&Mobility

Teleperformance Italia sponsorizza la presentazione del libro “Perchè il Low Cost ci rende più poveri” del Professor Pier Luigi del Viscovo, direttore del Centro Studi Fleet&Mobility.

Teleperformance sponsor presentazione libroA Roma, il 5 Ottobre 2016 dalle 17,30, presso  Palazzo Rospigliosi, via 24 Maggio 43, si terrà l’evento al quale parteciperanno:

  • Paolo SarzanaVice President Communication & Public Affair di Teleperformance Italia
  • Marco Formisano, Total Erg
  • Massimo Nalli, Suzuki
  • Daniele Capezzone, Camera dei Deputati
  • Salvatore Traontano, Il Giornale
  • Dalisa Iacovino, Athlon
  • Alessandro Salluati, Il Giornale
  • Luca Telese, La7.

Perchè il Low Cost ci rende più poveri:

Dai voli aerei alla spesa al discount, dagli acquisti sul web all’arredamento, questa è l’era del low cost: un mondo fantastico in cui tutto è alla portata di (quasi) tutti. Ma dietro l’apparenza un po’ socialista dell’egalitarismo, la verità è un’altra: il low cost ci rende più poveri. Un pamphlet analizza dal di dentro le dinamiche della più grande illusione del consumismo moderno. Perché ogni volta che pensiamo di stare facendo un affare, in realtà stiamo comprando qualcosa di qualità e valore aggiunto inferiore, in una spirale che trascina al ribasso tutta l’economia. Alla faccia del progresso.

L’ultima fatica letteraria del direttore scientifico dell’Istituto Sperimentale di Marketing e La Società del Marketing Fleet&Mobility esamina come l’abbattimento dei costi, virale sul web, peggiora l’economia.

Da Il Giornale:

Quando nel 1963 gli zii partirono per il viaggio di nozze su una nave da crociera, erano dei privilegiati e a bordo il personale era tutto italiano.

Oggi è già tanto se il maître è italiano, ma la crociera è alla portata di molti sposini, e pazienza se la pagano i genitori perché loro sono disoccupati, avendo ceduto il lavoro a bordo ai filippini. Il low cost è una cosa furba, non intelligente. Internet sta diffondendo il suo commercio facendo leva sul prezzo, ma acquistare la sera di domenica da casa con consegna a domicilio, attingendo a un grande assortimento, è un lusso fantastico, non mi serve pagare di meno. La mania diffusa di pagare poco i beni e i servizi è un virus che sta danneggiando le nostre fondamenta socio-economiche. Con l’illusione di rendere accessibile tutto a tutti, produce e distribuisce povertà. Ci preoccupiamo della xylella che attacca gli ulivi e siamo contenti quando paghiamo un volo meno del taxi per l’aeroporto. Perché facciamo fatica a capirlo?

Alla base, siamo un Paese cattolico: per noi la felicità non è di questa Terra e il Santo Patrono è il poverello di Assisi. Esultiamo sì di gioia, per la nascita di un figlio. Ma la felicità che ci dà il benessere (perché ce la dà) non la ostentiamo, la teniamo per noi con uno spruzzo di senso di colpa. Il nostro ideale di economia sociale non è creare e distribuire più ricchezza, ma livellare ciò che abbiamo, per poco che sia: va bene essere poveri e ascetici, corsia preferenziale per il Regno dei Cieli, purché ci tolgano dalla vista chi non lo è. Se e quando accetteremo la felicità come valore, andremo dai ricchi a farci spiegare come hanno fatto.

Inoltre, siamo anche e da più generazioni intrisi di cultura marxista. Non ci definiamo più comunisti, ma nessuno si sogna di abiurare quei valori, che valgono sempre e comunque, nonostante la storia abbia sancito che producono povertà e non sviluppo. Che c’entra col low cost? C’entra. Se pensi che il tuo benessere, per quanto frugale, debba esserti garantito, se non hai mai accettato salario e lavoro quali variabili non indipendenti dal contesto economico, allora puoi credere che i prezzi bassi non siano collegati a retribuzioni modeste e alla perdita di posti di lavoro. La Capitale, che ha un debito di svariati miliardi e in crescita, chiama i suoi turisti «pellegrini» e, ovviamente, li tratta come tali, invece di promuovere servizi di lusso per intercettare i turisti più facoltosi e spendaccioni del mondo.

Infine, non abbiamo fatto i conti col villaggio globale. In un mondo dove 84 Paesi su 187 sono sotto i 10mila dollari di reddito pro-capite e 57 non arrivano a 5mila, l’Italia è oggettivamente un Paese ricco, con un reddito sopra i 35mila dollari e un patrimonio che consente a 8 famiglie su 10 di vivere in casa di proprietà. Serve un trattato di economia per capire se schierarci pro o contro il low cost? Grazie al low cost, le produzioni industriali migrano a Est e alcuni (ancora pochi, per fortuna) di quegli abitanti vengono da noi. Non per restare poveri, ma per diventare ricchi. È un concetto con cui dovrebbero familiarizzare molti radical-chic che, invece (in quanto «ricchi-senza darci-peso»), tuonano contro la colpa del nostro benessere. Addirittura, c’è chi teorizza che il nostro reddito debba fisiologicamente diminuire per bilanciare l’aumento di quello dei Paesi poveri. Come se il reddito fosse una risorsa data, finita, e non già il prodotto dell’ingegno (leggi tecnologia) e del lavoro. Certo, se uno cova il malcelato ideale di non lavorare o di farlo il meno possibile… Vogliamo accogliere i migranti? Bene, allora tocca alzarsi un’ora prima. Non parole, ma opere di bene. Opere, c’ha presente?

Puntare su prodotti e servizi al maggior valore aggiunto possibile, facendoli pagare il massimo. Solo così si potrà distribuire ricchezza. Certo, non è facile, richiede ingegno e olio di gomito, ma porta al benessere. Per aspera ad astra. Il low cost è in discesa, facile per chi sta in alto, ma alla fine c’è il fondo. La giustizia sociale non è l’elemosina, ma dare al povero una chance di arricchirsi. Mi pare che anche la parabola dei talenti trattasse il tema.

 

 

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